Ambiente Diritti Uguaglianza

Donne, non migranti

Continua la serie di post speciali dedicati all’8 marzo.

La pandemia ha prodotto una contrazione dei diritti di molti gruppi sociali; rispetto all’urgenza del dramma sanitario, l’attenzione dell’opinione pubblica si è spostata altrove e sono state numerose le azioni, anche legislative, volte a restringere le libertà delle persone: le donne sono state le più colpite, assieme alla comunità LBGTQ+. Basti pensare alle recenti leggi ungheresi e alla mobilitazione polacca rispetto alla limitazione istituzionalizzata dell’aborto.

L’Org. internazionale del lavoro stima che la metà delle persone migranti, in tutto il mondo, siano donne; donne che subiscono violenze, soprusi, brutalità continue. In Italia, al 1/1/2020, le donne risultano essere il 52,4% rispetto al totale degli stranieri residenti, una percentuale sempre più in aumento negli ultimi anni. I diritti delle donne migranti, in questo quadro, sono altrettanto fondamentali e importanti, perché la lotta al patriarcato e allo sfruttamento non può prescindere dalla lotta al razzismo e alla xenofobia. 

Le donne migranti sono occupate, con contratti precari e in situazioni lavorative che quasi sconfinano nello schiavismo, soprattutto in alcuni settori professionali: quello dell’assistenza personale e quello dell’agricoltura e del bracciantato. In entrambe le situazioni, le precarissime condizioni lavorative e lo sfruttamento senza tutele, a cui si aggiunge la tirannia, spesso, dei permessi di soggiorno, rendono le donne vittima di violenze declinate in varie manifestazioni, da quella psicologica a quella fisica, nell’omertà della società intera che, come sempre, preferisce rivolgere gli occhi altrove e far finta che la questione non esista.

Una lotta per abbattere il patriarcato non può prescindere dalla denuncia delle violenze subite, dei soprusi patiti nel mondo del lavoro, della condizione precaria – umana ma anche sociale e legislativa – delle donne migranti: le quali, a maggior ragione, non dovrebbero essere più riconosciute come “migranti” ma, semplicemente, come donne.

Img: Tamara de Lempicka, Refugees, 1937

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