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25 aprile: ora e sempre resistenza

25 aprile.

Un giorno per metter fuori le parole taciute in tutti i cuori, come dice Alfonso Gatto. I cui versi porto scolpiti e indelebili nella memoria: “vedere gli occhi — i chiari

occhi dei vivi — accendersi nel nome

delle cose chiamate a dirle vere:

la sedia, il pane, l’acqua, il vino, come

nel primo giorno, nelle prime sere”.

Parole di rinascita che la bruma del nostro tempo tenta di avvolgere e rendere diafane, annoiate. Come se a prevalere fosse la stanchezza di essere rinati. Come se preferissimo vivere e basta. Uomini della fionda e della pietra, come ricorda Quasimodo:

“E questo sangue odora come nel giorno
quando il fratello disse all’altro fratello:
“Andiamo ai campi!”.

Odore salmastro di barche e naufragi, odore stantio di mura dietro alle quali cerchiamo non la salvezza di Antigone, ma di Creonte. Nascere non basta, come dice Neruda. Di fronte alla violenza, di fronte al fascismo eterno, occorre eternamente rinascere.

Come sempre icastico, ce lo spiega Ungaretti: “Qui vivono per sempre gli occhi che furono chiusi alla luce perché tutti li avessero aperti per sempre alla luce”. La resurrezione degli occhi e negli occhi come imperativo etico. Parole che rimandano a Tolstoj. Gli fa eco ancora Alfonso Gatto: “E fummo vivi, insorti con il taglio ridente della bocca, pieni gli occhi piena la mano nel suo pugno: il cuore d’improvviso ci apparve in mezzo al petto”.

Insorgere per risorgere, quindi.

E di occhi liberatori ci parla anche Franco Fortini:

“Ma noi s’è letta negli occhi dei morti

e sulla terra faremo libertà.

Ma l’hanno stretta i pugni dei morti

la giustizia che si farà” .

I nostri occhi salvati, i nostri occhi liberati hanno ancora un compito da portare avanti. Non dimentichiamolo.

(Erik Rosset)

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